Materia Rinnovabile numero 15 / marzo-aprile

Occorre allargare la mappa

di Roberto Coizet

Oggi sono neopensatori e guru a proporre la visione del futuro, mentre la politica sembra aver perso ogni capacità di progetto, spesso delegata a manager e imprese. In questo contesto l’editoria deve modificare il proprio tiro integrando nuovi strumenti. L’esempio del Centro Materia Rinnovabile che realizza progetti e strategie ambientali per imprese – o intere filiere industriali – e fornisce supporto nella valorizzazione dei flussi di rifiuti.

 

In una rivista che riserva una intera sezione alle policy, diventa doveroso, dopo più di due anni di vita, dedicare un piccolo approfondimento alle politiche culturali che vengono portate avanti dal gruppo di operatori che realizza, insieme a molte altre iniziative, la rivista stessa. 

Doveroso perché non si tratta di fare una sorta di autopresentazione, ma piuttosto di esporre in modo esplicito la nostra visione di quali siano le formule per parlare efficacemente di sostenibilità mentre si avvicinano gli Anni Venti del terzo millennio.

Ci sono alcune domande cruciali. Per esempio: l’editoria, su carta o digitale, può essere lo strumento in grado di guidare la transizione verso i nuovi scenari – economici, sociali, di stile di vita – che si stanno rapidamente affacciando a livello globale? Precisiamo: che l’editoria possa e debba accompagnare questi processi fornendo gli attrezzi culturali necessari, è fuori discussione. Ma questi attrezzi – i libri, le riviste, le pubblicazioni online – possono svolgere una funzione di ampiezza paragonabile a quella che aveva l’editoria, diciamo, 40 o 50 anni fa? 

Se guardiamo le cose in questa chiave la risposta è no. I libri e i periodici stanno perdendo la capacità di pervadere che avevano sino a pochi anni fa e non hanno più quel ruolo quasi esclusivo che permetteva loro di reggere il timone delle principali svolte culturali. Il mutamento delle opinioni, dei comportamenti sociali e di quelli economici, si appoggia a elementi diversi – spesso meno meditati ma con grande forza di penetrazione – che si miscelano ai consumi, alle tendenze e alle mode, alle scelte sul denaro e sul lavoro, e alla capacità di persuasione che sanno esprimere i nuovi guru del nostro tempo.

E qui si pone il secondo interrogativo: chi sono i veri guru che mostrano la capacità di aggregare i comportamenti e far evolvere le idee? Certamente i grandi intellettuali sono ancora in prima fila, presenti anche se talvolta compressi in format tv che ne appiattiscono la capacità di narrazione. Tuttavia non sono da soli. Devono venire a patti con altri soggetti, spesso più improvvisati dal punto di vista della struttura del pensiero, ma capaci di lanciare nuove visioni di straordinaria rapidità ed efficacia. E creare relazioni inedite tra aree sociali, tra comportamenti diffusi, tra simboli e valori, stravolgendo le coordinate dello scenario culturale. Mark Zuckerberg, facendo leva su tecnologie emergenti, ha creato Facebook prima che fosse chiaro – anche a lui stesso – quali orientamenti culturali questo social network avrebbe favorito. 

E così il pensiero analitico di tradizione classica, disciplinare e “verticale”, si trova a fare i conti con il neopensiero di successo, antidisciplinare e “orizzontale”. Sono conti difficili perché spesso c’è un problema di tempo, e mentre il pensiero analitico è ancora alla formulazione del “discorso”, gli altri – i neopensieri – sono già diventati comportamento di massa. 

Quindi, quali che siano i guru, gli effetti delle loro riflessioni o delle loro invenzioni si diffondono in modalità di cui spesso la parola scritta non riesce più a essere strumento prioritario, ma diventa solo testimone.

Un terzo interrogativo riguarda gli interpreti del cambiamento. Come si dispongono i diversi protagonisti nello scenario culturale? Chi produce gli effetti più significativi e traccia nuovi orizzonti, e chi, invece, perde ogni credibilità nel disegnare il futuro?

La politica ha perso la capacità di progetto. In senso sociale, economico, culturale, valoriale. Nei paesi industrializzati c’è vivace discussione su cosa abbia determinato questo fenomeno, ma consenso unanime sul fatto che ciò sia avvenuto. Questa caduta ha trascinato, a cascata, la credibilità delle istituzioni pubbliche. Dalle istituzioni di governo, nazionale e locale, fino alle università e al sistema scolastico, il quale non cessa, ovviamente, di essere il principale punto di riferimento formativo, ma suscita crescenti incertezze e apprensioni, come se fosse abbandonato a una lenta deriva che lo porta sempre più lontano da quella che tutti intuiscono come una “nuova realtà”.

Quindi, politica e istituzioni sono sempre più deboli nel “fare cultura”. E chi la fa allora?

Qui si innesta l’aspetto contemporaneamente più creativo e più disruptive di questi ultimi tre decenni: i nuovi soggetti che “agiscono” la cultura nel modo più incisivo sono sempre più spesso le imprese. Grandi imprese e imprese piccole, multinazionali o a filiera corta, di tradizione storica o start-up, imprese di capitale o imprese sociali, e poi strutture più flessibili che sfuggono agli standard e intercettano il terzo settore, il volontariato, fino agli scambi di attività in assenza di scambi monetari. Insomma, un panorama variegatissimo di soggetti appartenenti al mondo del lavoro, che hanno preso, più o meno consapevolmente, l’iniziativa di pilotare i nuovi “attrattori” sociali e culturali. 

È una conversione di ruoli spiazzante. E le prime a essere spiazzate sono le industrie stesse che, in due o tre decenni, hanno preso atto di essere praticamente da sole nella prima linea. Guardandosi intorno, non c’era più nessuno. E non si sarebbero mai aspettati loro – gli industriali, gli imprenditori, i manager – di doversi investire di una funzione vicaria rispetto a una politica debole e a un patto sociale senza orizzonti. Avrebbero potuto anche semplicemente occuparsi ciascuno dei fatti propri, facendo fronte a un’economia sempre più disordinata e fluttuante, senza lanciarsi in sfide ancora più impegnative. 

Ma, di fatto, non c’è alternativa. Ogni impresa a suo modo deve fare i conti con un contesto complesso nel quale il successo sarà determinato non soltanto dalla possibilità di vendere un prodotto o un servizio, ma soprattutto dalla capacità di interpretare tendenze che rispecchino i nuovi bisogni dei cittadini/consumatori. In altre parole, l’offerta nel mercato deve “incorporare” un modello culturale, e chi sceglie il modello giusto ha un vantaggio competitivo.

Il panorama è vario e questi nuovi protagonisti della cultura si avventurano nella mischia con attitudini diverse. Ci sono imprese che “annusano” il problema senza coglierne l’essenza e scelgono la linea del travestimento: si vestono, con qualche goffaggine, di valori sopra le righe e adottano, per esempio, il greenwashing come esca per attirare il pubblico più sensibile.

Al polo opposto, ci sono aziende di rottura, intrinsecamente disruptive, che sono “già lì” dove è avvenuta la trasformazione degli stili di vita, perché ci sono nate (per esempio il già citato Facebook) e ne traggono vantaggio di posizione. Questi soggetti non negano e non affermano il nuovo ruolo delle imprese: semplicemente lo conquistano con una modalità che assomiglia di più al successo politico che non all’espansione di una azienda (e infatti Zuckerberg potrebbe convertirsi senza sforzo alla carriera politica, contando peraltro su un patrimonio personale che vale 20 volte quello dell’attuale presidente Usa).

Ma ci sono poi, in numero crescente, aziende ben coscienti del cambiamento di scenario e responsabilmente investite della mission di integrare impresa e cultura. Sono esperienze cresciute nella transizione, senza soggezioni nei confronti della complessità, abituate a integrare gli aspetti economici con quelli ambientali e sociali. Consapevoli delle difficoltà e non estranee a discutere di valori di riferimento anche in consiglio di amministrazione.

Il loro nuovo ruolo è da anni teorizzato, con prospettive diverse da autori importanti, come Lester Brown, Amory Lovins, Gunter Pauli o Pavan Sukhdev (peraltro tutti pubblicati in Italia da questa casa editrice) che hanno intuito la portata e la responsabilità crescente della produzione e del lavoro nel nostro futuro. Con queste imprese non solo è possibile, ma è necessario lavorare per costruire prospettive culturali che possano poggiare su realtà concrete.

Detto ciò è evidente che di fronte a questo scenario l’editoria deve raddrizzare il tiro. Gli autori prestigiosi ci sono, ma da soli non bastano. Il pubblico a cui rivolgersi è vasto e deve estendersi, con attenzione specifica, al mondo delle imprese e ai giovani che saranno interpreti dei new jobs. Al testo scritto si aggiungono altre formule e strumenti. 

Il gruppo da cui nasce la rivista che state leggendo si appoggia oggi su tre società integrate: una casa editrice (Edizioni Ambiente), una società che supporta e orienta le imprese sulla compliance ambientale, anche con attività di formazione (Eda Pro) e una società che realizza progetti e strategie ambientali per singole imprese o intere filiere industriali (Centro Materia Rinnovabile). 

Crediamo che nel campo della sostenibilità ambientale e dell’economia circolare, non sia più possibile svolgere un ruolo culturale di qualche efficacia senza integrare questa varietà di strumenti, con un intervento culturale che, per l’appunto, si bilancia tra uno strumento e l’altro. 

La mappa si allarga, sia la mappa delle tecniche da impiegare sia, soprattutto, la mappa degli interlocutori a cui rivolgersi perché la riflessione sia verificata e abbia qualche effetto reale. 

Caso per caso, il punto di partenza di ogni iniziativa va cercato lì dove si concentra il suo momento più vivo e problematico, per poi trasferire il tema ad altri ambiti. Da una ricerca a un libro, da una buona pratica a una rivista, un corso di formazione, a un convegno, una mostra, una campagna volontaria o a un progetto riguardante un’intera filiera industriale. 

Nel nostro caso, per parlare delle possibilità legate alla valorizzazione dei flussi di materia, abbiamo dato vita a questa rivista, pubblicato libri sui neomateriali, curato e realizzato la Mostra ExNovoMaterials in Ecomondo 2016 (ne abbiamo parlato nel numero 13 di Materia Rinnovabile). Non solo: abbiamo accompagnato alcune esperienze industriali esemplari, ne abbiamo visto le declinazioni normative con la nostra Rivista Rifiuti, ci siamo affiancati ad associazioni volontarie e fondazioni, abbiamo discusso la funzione dei cosiddetti sistemi collettivi (espressione della responsabilità estesa del produttore) per rendere più efficace la valorizzazione di alcuni flussi di rifiuti, abbiamo promosso convegni, partnership internazionali, organizzato corsi e master, allestito data base online, studiato modelli di ottimizzazione industriale.

L’abbiamo fatto nel nostro settore, ma pensiamo che chiunque si ponga il medesimo obiettivo sia tenuto a farlo nel proprio ambito. Non è un’opzione, è una necessità.

All’interno delle esperienze in corso ce n’è poi una che rappresenta bene l’intreccio di temi, rapporti e iniziative che si integrano in una strategia culturale “a mappa allargata”. Ne accenniamo perché interseca vari temi di cui si è occupata questa rivista: valorizzazione dei rifiuti, economie di filiera, sistemi collettivi. E perché da un certo punto di vista costituisce un modello dell’approccio che abbiamo cercato di esporre.

Il Centro Materia Rinnovabile, insieme a Edizioni Ambiente, ha avviato nell’ottobre del 2016 una ricerca sul tema “Edilizia e infrastrutture: verso l’Economia circolare”. L’obiettivo è quello di favorire, all’interno di queste filiere, i rapporti tra domanda e offertadi materiali recuperati.

La questione su cui si punta l’attenzione è quella dei rifiuti da costruzione e demolizione (C&D), un flusso di materiali che ha dimensioni imponenti e che a tutt’oggi, salvo rare eccezioni, è valorizzato solo per quote molto modeste. 

In Europa il flusso dei rifiuti C&D supera gli 800 milioni di tonnellate ogni anno. In Italia le cifre ufficiali parlano di circa 50 milioni di tonnellate ma – essendo molti i fattori che compromettono la tracciabilità di questi dati – si può ragionevolmente ritenere che il totale effettivo sia di gran lunga superiore. Questa rivista nel giugno 2016 ha pubblicato un dossier dal titolo “Materia Rinnovata” – liberamente scaricabile – al quale si rimanda per una serie di dati e riflessioni sui comparti dell’edilizia e dei rifiuti organici, in Europa e in Italia. 

Ma, al di là dei numeri, l’opportunità di questa ricerca deriva da numerosi fattori. 

Innanzitutto il forte orientamento, promosso dalla Commissione europea, verso l’economia circolare, vale a dire verso pratiche che favoriscono – soprattutto in settori come l’edilizia, a grande consumo di materie prime – l’impiego di “materiali rinnovati” (recuperati, riciclati, reimpiegati o reinventati) anziché il prelievo di risorse primarie. 

Questo orientamento si innesta su una grave crisi economica e occupazionale del settore. Edilizia e infrastrutture hanno dunque la necessità di riformulare i propri driver di sviluppo, all’interno dei quali una nuova economia dei materiali può divenire un elemento determinante.

Per quel che riguarda l’Italia, a questi fattori si aggiunge una nuova regolamentazione degli appalti pubblici che – dopo l’emanazione del Dlgs 50/2016, dello scorso aprile – prevede, per tutte le costruzioni sottoposte a queste procedure, il rispetto di alcuni “Criteri ambientali minimi” (Cam), tra i quali un impiego consistente di materiali recuperati.

In sostanza, introdurre nel settore nuovi elementi di economia circolare, facendo leva sul recupero e la valorizzazione dei rifiuti C&D, può essere, contemporaneamente, un adeguamento ai nuovi vincoli di compliance e uno spunto per vitalizzare le imprese della filiera.

C’è però un problema nodale: i rifiuti C&D appartengono a una filiera “povera”, dove il valore unitario dei materiali recuperati è relativamente basso. A differenza di quanto avviene per altri materiali più “fortunati” – come i metalli, la carta o alcuni tipi di plastiche – il costo di valorizzazione di questi rifiuti è molto vicino al prezzo di mercato delle materie prime vergini corrispondenti. In altre parole, il costo di raccolta, selezione, tracciabilità, trattamento, qualificazione e certificazione delle prestazioni di un rifiuto inerte può essere superiore al prezzo di un materiale analogo proveniente da cava, mettendo così fuori mercato tutti i processi di recupero e riciclo.

Come si risolve il problema? Dal punto di vista del metodo la soluzione è la medesima adottata per altre filiere di rifiuti: si tratta di bilanciare vincoli normativi (che limitano il prelievo indiscriminato di materiali vergini) con economie di scala (che favoriscono, attraverso il coordinamento delle imprese, la creazione di grandi flussi di materiali e l’allestimento delle infrastrutture necessarie).

Insomma, le questioni economiche e tecniche si possono risolvere. 

Ma il punto centrale è che le imprese della filiera – dai costruttori ai gestori di rifiuti, dai produttori di materiali da costruzione ai riciclatori – riescano a trovare le formule per “fare sistema”, cioè per collaborare sulle soluzioni tecniche e per coordinarsi sulle razionalizzazioni economiche. Questa possibilità di “organizzare” il settore è evidentemente la sfida più difficile, perché richiede, da un lato, che le imprese vedano un effettivo vantaggio nel cooperare e, dall’altro, che le istituzioni competenti propongano soluzioni organizzative e semplificazioni normative convincenti.

Un percorso possibile, ma decisamente impegnativo, che miscela aspetti tecnici, culturali, economici, normativi.

Data l’ampiezza del tema, per sviluppare il progetto il Centro Materia Rinnovabile ha innanzitutto avviato un’attività di consultazione e confronto con le principali associazioni di categoria nel settore e con i più importanti referenti istituzionali.

Obiettivo è trovare soluzioni condivise, attraverso una consultazione che si estende a incontri e convegni nei quali vengono presentate le diverse fasi di elaborazione, per arrivare a proporre ai decisori politici e istituzionali un “pacchetto” di soluzioni, vale a dire gli strumenti normativi, tecnici ed economici che potrebbero accelerare e favorire un uso ecoefficiente dei materiali all’interno della filiera.

La ricerca esprime quindi la sua parte di elaborazione e progetto, ma la condivide con le associazioni di categoria, per validarne aspetti tecnici ed economici, e filtra le soluzioni nel confronto con le istituzioni competenti e i controllori, per avere certezza sulle formule della compliance e dell’end of waste

Un piccolo esempio di politica culturale che miscela strumenti e interlocutori diversi, secondo la formula accennata in apertura, cercando di raggiungere la flessibilità e la capacità di retroazione che sono richieste per raggiungere l’efficacia.

Il progetto continua sino a giugno 2017 e renderemo conto dei suoi sviluppi anche con successivi contributi su questa rivista. 

 

 

Centro Materia Rinnovabile, www.centromateriarinnovabile.it

Short Report, Materia Rinnovata, giugno 2016; www.materiarinnovabile.it/pubblicazioni

Marco Moro, “L’economia circolare si mostra”, Materia Rinnovabile 13www.materiarinnovabile.it/art/282/Leconomia_circolare_si_mostra