Materia Rinnovabile numero 16 / maggio-giugno

Acqua vs carbone, la sporca guerra del Sudafrica

di Emanuele Bompan

In Sudafrica cadono solo 490 millimetri di pioggia l’anno, ma l’economia è strutturata come se ci fosse grande disponibilità idrica. Le contraddizioni di un paese dove per estrarre una tonnellata di carbone servono 10.000 litri di acqua e centinaia di migliaia di litri al minuto sono usati per raffreddare le turbine delle centrali elettriche. Mentre in molti villaggi gli abitanti hanno a disposizione solo tre litri e mezzo d’acqua al giorno ciascuno. 

 

Foto: Fausto Podavini

Ricerche: Marirosa Iannelli

Immagine in alto:
Witbank. All’interno di una miniera di carbone una donna raccoglie del carbone per uso personale. Il carbone è l’unica risorsa per le persone del posto.

 

“Sai cosa significa essere vicino a una centrale elettrica? Essere vicini a un problema.” Tiger B. ha 41 anni, sebbene ne dimostri quasi sessanta. Da sempre lavora come saldatore alla centrale a carbone Duvha Power Plant, vicino a Emalahleni. Un nome appropriato per una città mineraria: in lingua nguni significa “il luogo del carbone”.

La sua vita e quella della sua famiglia sono in simbiosi con quella della centrale elettrica da 3.600 megawatt della Eskom, la utility elettrica nazionale, per anni la più grande del Sudafrica, e della miniera di litantrace che nutre la produzione di energia e ricopre di una patina nera caliginosa il villaggio e i suoi polmoni, intasati di catarro e polvere. “Vedete i cavi dell’alta tensione e le tubature d’acqua? Sono per la centrale elettrica. Ma nel villaggio non abbiamo né elettricità, né tantomeno acqua. Centinaia di migliaia di litri al minuto sono usati per raffreddare le turbine che generano elettricità che viene venduta in Swaziland e Mozambico. Per noi il buio e tre litri e mezzo d’acqua al giorno portati con una cisterna.” Nell’improvvisato villaggio, quasi 5.000 abitanti vivono accatastati a ridosso di un muro di carbone e di una pozza d’acqua nera, aspettando ogni settimana che sia riempita la piccola cisterna comunitaria. “Spesso la gente litiga furiosamente per qualche litro in più”, spiega Lucky, il nome intero preferisce non darlo per paura di ritorsioni, passando una sigaretta di tabacco sporco a Tiger. “Il carbone sta rubando il nostro diritto all’acqua e all’aria.”

 

Grafica: Riccardo Pravettoni e Federica Fragapane

Fonti: Water Research Commission, Long Term Forecasts Of Water Usage For Electricity Generation: South Africa 2030, 2015; The 2030 Water Resources Group, Charting Our Water Future, 2009; globalenergyobservatory.org, accessed March 2017.

 

 

Sudafrica e acqua

Il paese di Nelson Mandela e del parco naturale Kruger, ultima riserva di leoni e rinoceronti, è diventato negli ultimi anni uno dei meno sostenibili del continente africano. Il principale imputato è il settore minerario, che vale circa l’8,3% del Pil. Ogni anno il Sudafrica estrae otto milioni di carati di diamanti, possiede oltre l’80% del platino e il 12% dell’oro mondiale, estratti dalle immense miniere sudafricane – la più grande profonda oltre 3.900 metri. Ma sul trono del materiale più impattante “donato” dalla terra, si trova il carbone, responsabile principale del riscaldamento globale (il Sudafrica è al tredicesimo posto per emissioni di CO2) e del forte prelievo idrico, circa il 10% del totale del paese.

Il Sudafrica possiede il 3,5% delle risorse mondiali di carbone ma conta per oltre il 6% dell’export globale. Il carbone rimanente alimenta l’81% della produzione elettrica, controllata quasi completamente dalla Eskom.

Il carbone ha un costo idrico pesantissimo: per ogni tonnellata estratta sono necessari oltre 10.000 litri d’acqua, mentre una centrale elettrica di grandi dimensioni, come quella Kusile – in apertura nel 2017 nei pressi di Maheleni – impiegherà 71 milioni di litri di acqua al giorno. Una quantità simile a quella di Duvha, dove vivono Tiger e Lucky.

 

Witbank. Vista aerea della Duvha Power Plant della Eskom, la seconda più grande centrale di tutta l’Africa. Eskom fornisce il servizio pubblico di elettricità in Sudafrica.

 

“Il Sudafrica è un paese molto secco, con solo 490 millimetri di precipitazioni l’anno, caratterizzato da forte scarsità di acqua per gli usi domestici. Eppure ha un’economia strutturata come se ci fosse tantissima acqua”, spiega Stephen Law direttore dell’Environmental Monitoring Group, un gruppo di analisi ambientale con sede a Cape Town. “Il 75% delle risorse è già completamente impiegato e non rimane acqua da usare. Secondo le nostre proiezioni, entro il 2030 il paese avrà un deficit idrico del 17%. Il che vuol dire che molte persone rimarranno senz’acqua, soprattutto i più poveri. Che senso ha tutto questo carbone?”

“La battaglia per l’acqua è una battaglia per i diritti” racconta Kumi Naidoo, ex-direttore di Greenpeace International e oggi attivista per l’ambiente in Sudafrica. “Il governo di Jakob Zuma usa la logica che investire in carbone crea posti di lavoro e sviluppo. In realtà nessun minatore vuole che il figlio faccia il suo lavoro. E nessuno vuole essere privato di aria respirabile e acqua da bere. Il paese può creare lavoro nelle nuove energie rinnovabili, nel solare e nell’eolico.” 

Per il momento coal is king, il carbone è re. Il settore vale 22 miliardi di dollari, secondo i dati della Chamber of Mines, la società di promozione delle imprese minerarie. La stessa famiglia del presidente Zuma – il figlio Duduzane – è coinvolta nel business del carbone. “Nessuno a Pretoria farà nulla per fermare il carbone. Gli interessi sono troppo alti e sono tutti coinvolti”, continua Naidoo. 

Compagnie minerarie come Anglo-American e Exxaro, pressate da cittadini e ambientalisti, hanno iniziato a implementare politiche di sostenibilità, riducendo il consumo d’acqua per abbattere le polveri e minimizzare gli impatti sull’ambiente delle miniere a fine vita. Anche Eskom, il principale produttore di elettricità sudafricano – controlla il 95% del mercato – sta cercando di ridurre gli impatti idrici. 

Secondo il portavoce di Eskom, la società ha ridotto il suo consumo idrico da 2,85 litri/kWh nel 1980 a 1,44 l/kWh nel 2015, praticamente dimezzandolo. “Oggi in alcune centrali impieghiamo sistemi di raffreddamento asciutti – come nella nuova mega-centrale di Medupi – che impiegano l’aria per raffreddare il vapore riducendo il consumo d’acqua, impiegando solo 0,1 litri per kilowatt/ora contro gli 1,9 litri delle stazioni a raffreddamento umido”, spiega in una mail il portavoce di Eskom, Khulu Phasiwe. Attenzione anche all’approvvigionamento: per garantire sostegno idrico nella regione del Waterberg, dove si trova la centrale termoelettrica Medupi, Eskom realizzerà un acquedotto dal fiume Crocodile a Thabazimbi. L’acqua in surplus presente nel bacino idrografico del fiume è dovuta agli elevati flussi di ritorno provenienti dagli impianti di depurazione liquami della provincia di Gauteng.

“Sono solo operazioni cosmetiche”, ribatte Dean Muruven, Manager Water Source Areas for WWF South Africa nel suo ufficio di Johannesburg. “Quando ci sarà una vera crisi idrica ci troveremo ad affrontare simultaneamente una crisi energetica, dato che le mega-centrali dovranno essere spente. Il carbone deve rimanere nel suolo e va favorito l’uso di rinnovabili.”

 

Witbank. All’interno di una miniera una donna raccoglie del carbone che porterà alla propria famiglia per poi utilizzarlo per cucinare. Non essendoci elettricità, il carbone è l’unico materiale che può essere usato per cucinare.

 

Poca e di cattiva qualità

Nel villaggio di Coronation e di Driewater, due slum alle porte di Emalahleni, si staglia un panorama dickensiano: montagne di carbone, catapecchie polverose immerse nella caligine nera dei mezzi pesanti usati per l’estrazione e rocce di incrostazioni bianche e pulviscolo nero, dovute al drenaggio acido delle miniere. Il fumo esce persino dal sottosuolo, dove il carbone di una vecchia miniera abbandonata, per combustione spontanea brucia lentamente, infestando con un odore di zolfo le capanne addossate intorno alle montagne di carbone fumante. L’acqua disponibile è scarsa e spesso imbevibile. Nei dintorni ci sono ventidue miniere attive e numerose esaurite. È impossibile pensare che questo sia un luogo salubre. 

Willonah Noudo Kubeka ha 33 anni e da quattro è in dialisi per malfunzionamento dei reni. “Non bevo più acqua, solo succhi. Qui l’acqua è insicura.” Willonah è uno dei tanti abitanti con problemi di salute legati al settore minerario e alla contaminazione delle acque che in alcune zone è tossica sopra ogni livello di guardia. “Abbiamo misurato il pH delle acque che vengono scaricate fuori dalla miniera”, spiega Rudolph Sambo, un giovane attivista di Emalaheleni che lavora per creare consapevolezza dei rischi di salute legati all’acqua tra i minatori. Il risultato? Le acque sono fortemente acide, con un pH inferiore al 2,2. “Non si può bere, non si può usare per coltivare, non ci si può nemmeno lavare. Chi lo fa rischia malattie della pelle, dei reni, del fegato.” I dati medici non ci sono. Negli ospedali di Emalaheleni i dottori intervistati parlano di malattie, ma preferiscono non dare cifre. Sebbene richieste più volte all’ufficio di Sanità del distretto di Nkangala, non è arrivata nessuna risposta. 

“In Sudafrica abbiamo sulla carta dei buoni regolamenti, il problema è l’attuazione: inesistente. Numerosi impianti di trattamento delle acque non sono in regola o non funzionano del tutto; molte imprese minerarie, specie quelle meno grandi, estraggono senza controllo alcuno sull’acqua”, illustra Stephen Law mentre tira fuori carte e documenti. “Basta vedere il fenomeno dei drenaggi acidi di miniera, che sta diventando sempre più diffuso e critico.” In Africa l’immensa attività mineraria causa abbondanti percolamenti di minerali e metalli pesanti che reagiscono con l’acqua contaminandola e rendendola corrosiva, con effetti devastanti su ambienti acquatici, acqua potabile e infrastrutture. “Il problema – continua Law – è che più acqua viene estratta, meno possibilità avranno gli acidi di essere diluiti. Per non parlare della chiusura del cerchio: più carbone significa maggiori emissioni, che significano maggiori impatti sul clima e meno precipitazioni. È una tempesta perfetta quella che si sta sviluppando in Sudafrica”.

 

In uno dei centri commerciali nei pressi di Witbank costruiti grazie ai profitto degli investimenti sul carbone. Due donne studiano le offerte del momento. I centri commerciali sono le uniche zone ricreative per la cittadina di Witbank, vera e propria cittadina industriale.

 

Assalto all’ambiente

Le compagnie estrattive, multinazionali e piccole realtà locali, sembrano poco interessate ai problemi idrici e, stimolate dal lasseiz-faire del governo, stanno spingendo per lo sfruttamento verso aree inesplorate, in particolare nella regione del Limpopo. Come Waterberg Project, 8.000 ettari di estrazione di platino; o Makhado, una nuova miniera da 5,5 milioni di tonnellate di carbone sviluppata da Coal of Africa Ltd. 

Una delle aree meno note ai media – e agli investitori – è l’area meridionale del Mpumalanga, al confine con lo stato del Kwalazulu-Natal. Atha-Africa Ventures Ltd, parte del gruppo indiano Atha, ha presentato – secondo alcune fonti – la richiesta presso il ministero delle Risorse minerarie per realizzare una miniera nel cuore di un’area protetta, la Mabola Protected Environment. Un deserto pronto per essere sfruttato? Nient’affatto: Mabola è una zona umida fondamentale, dove confluiscono le acque di tre bacini idrici, il Vaal, il Tugela e il Pongola, parte di un sistema di aree protette di rilevanza strategica. Un territorio che ricopre l’otto per cento della superficie totale nazionale, ma dove si raccoglie il 50% delle precipitazioni.

 

Witbank. All’interno di una miniera. Una ruspa scava il terreno per estrapolare il carbone.

 

Oubaas Malan, un uomo di sessantasei anni dalle gambe secche, bianchissime, ricoperte da un paio di pantaloncini kaki, è appoggiato al suo Toyota pick-up. Guarda da lontano le sue tremila pecore che pascolano in una vallata verde dalle piogge di dicembre. L’aria è fresca, collinare, profuma di clorofilla. Una jeep di turisti armati di binocoli professionali e teleobbiettivi da 700 mm si avventura lentamente lungo la sterrata, nella speranza di avvistare qualche uccello raro come la gru del Paradiso, un alaudidi di Rudd o il raro ibis eremita. Un gruppo di ragazzi cammina a piedi nudi nei pascoli, sulla terra resa morbida dalle piogge della notte.

“La miniera sorgerà esattamente qua” dice indicando la valle, “e io dovrò andarmene. L’acqua per le vacche sarà a rischio. Ho amici che avevano vacche nei pressi di una miniera e si sono ammalate tutte”, dice Oubaas, in un inglese corrotto dal suo forte accento Afrikaans.

La popolazione locale si oppone al progetto. In caso di incidente o drenaggio acido dalla miniera a essere impattata non sarà solo la valle, ma l’intera area, visto che la miniera sarebbe collocata nel punto più alto del triplo bacino idrico.

“La miniera rischia di devastare questa zona” spiega Andrea Weiss di Wwf South Africa. “Questo non solo avrebbe un impatto sulla biodiversità, ma anche sul turismo locale di Wakkerstroom, fortemente incentrato sui viaggi ecosostenibili e sul bird watching.” 

Per queste ragioni gli ambientalisti sono sul piede di guerra. “Questa area è protetta, classificata dal National Biodiversity Institute sudafricano come una delle ventuno risorse strategiche idriche” spiga Melissa Fourie, responsabile legale del Cer, il centro per i diritti ambientali di Johannesburg. “Non possiamo permettere che Atha vinca questa battaglia legale.” Fermare la miniera di Mabola non significa essere ostili alla produzione di carbone, ma come spiega Andrea Weiss, “significa deviare la fame delle compagnie minerarie verso aree meno vulnerabili e meno centrali per la sicurezza idrica. Inoltre il paese deve realizzare una strategia coordinata per evitare gli impatti del drenaggio acido e la contaminazione di risorse per l’agricoltura e l’uso umano”. Il verdetto su Mabola è atteso per l’estate.

 

Witbank. Un uomo attraversa un piccolo ponte che divide l’area della miniera di carbone a ridosso della Duvha Power Plant e una townships abitata in parte da lavoratori della centrale elettrica.

 

Nuove energie, nuove crisi idriche

Se la battaglia del carbone non sembra destinata a risolversi brevemente, due nuove sfide stanno emergendo nel confronto tra sicurezza idrica e sviluppo energetico nazionale. L’area interessata è il Karoo meridionale, una zona desertica nel cuore del paese, distante delle provincie minerarie. Secondo i prospettori, sotto le rocce bruciate dal sole del Karoo, si troverebbero sia importanti miniere di uranio, fondamentali per sostenere il rinnovato – e controverso – piano nucleare sudafricano, sia importanti risorse di gas di scisto, un tipo non convenzionale di gas naturale estratto per mezzo del fracking, la fratturazione delle rocce usando acqua e agenti chimici ad alta pressione nel sottosuolo. Secondo il think-tank Transnational Institute, il fracking è considerato “un sistema che mette in grave pericolo le comunità e una preoccupante diversione dell’uso idrico a favore delle compagnie estrattive”.

Per il momento una campagna ambientalista iniziata nel 2011, raccontata nel documentario Unearthed, di Jolynn Minnaar, ha messo uno stop temporaneo allo sviluppo dell’estrazione del gas di scisto. Prosegue, invece, la prospezione su nucleare ed estrazione dell’uranio. Il governo dovrebbe investire oltre settanta miliardi con la russa Rosatom per una nuova centrale, figlia di un accordo tra il presidente russo Valdimir Putin e la sua controparte africana, Jacob Zuma. Un progetto che ha fatto risvegliare le compagnie con concessioni minerarie legate all’uranio, incluso il Karoo meridionale. 

 

Witbank. All’interno di una townships. Una donna controlla in controluce il deposito di materiale pesante nell’acqua prelevata da una fontana a disposizione della townships. L’estrazione del carbone negli anni ha reso l’acqua altamente inquinata. In questa zona l’acqua viene utilizzata per l’estrazione del carbone.

 

“Si tratta di una follia” spiega Bill Steenkamp, mentre parcheggiamo in una valle desertica appena fuori da Beauford West, nel cuore del Karoo. La temperatura tocca i 37 °C, il calore sfoca l’orizzonte alterando la traiettoria della luce. “Nel Karoo non c’è acqua, lo vedete con i vostri occhi. Per estrarre uranio l’acqua andrebbe importata dalla costa utilizzando i treni, sfruttando fino all’ultima goccia quella che c’è oggi. Le compagnie interessate hanno già fatto i loro conti. Nella regione la popolazione usa 7 miliardi di litri d’acqua l’anno. Le sole operazioni dell’uranio richiederebbero oltre 14 miliardi di litri. Magari l’acqua arriva dalla costa. Ma cosa succede se contaminano con elementi radioattivi le poche riserve di acqua dolce che abbiamo?”. Già il cambiamento climatico ha fatto la sua. Negli ultimi anni le precipitazioni si sono ridotte pericolosamente, e per anni numerosi bacini intorno a Beaufort West, uno dei principali centri urbani del Karoo meridionale, sono rimasti a secco.

A Beaufort West la disoccupazione supera il 40% e per molti il nuovo boom minerario potrebbe essere un’opportunità per uscire dalla povertà. “Che investano in energia solare e eolica. Qui vento e sole non mancano”, dice Bill alzando la polvere con la scarpa per sottolineare la brezza da nord. “Basta che la smettano di continuare a scavare in questo povero paese.” 

 

Witbank. In una delle numerose townships di Witbank a ridosso di una miniera di carbone esaurita. Kantigi attende che il carbone si faccia brace per poter cucinare. Nella townships l’unico materiale che si puo usare per cucina e riscaldarsi è il carbone che in piccole quantità si trova ancora all’interno della miniera dismessa.