Materia Rinnovabile numero 16 / maggio-giugno

Simbiosi & innovazione

di Sergio Ferraris

Focus carta

 

L’economia circolare sta iniziando a cambiare in maniera radicale le filiere produttive, spostando, nel caso della carta, i cardini dell’innovazione. 

 

Simbiosi industriale. Un concetto che può essere ristretto al ruolo noto, a livello industriale, delle partnership, oppure sviluppato a 360 gradi. E nel caso dell’economia circolare, innestata sulla sostenibilità è quest’ultima declinazione quella necessaria per trovare soluzioni alle sfide di oggi. Già perché quando si utilizzano risorse a bassa intensità di materia e di energia, come quelle derivate da biomateriali o da residui di lavorazioni industriali è necessario sfruttarne tutte le potenzialità. 

Ma non è una cosa semplice, visti i contesti produttivi e di mercato nei quali ci si trova oggi a operare. Le pratiche industriali legate all’economia circolare, per essere efficaci, infatti, devono sottostare in questo contesto a una serie di regole ben definite. La prima è quella del mercato. Ossia l’extracosto rispetto ai prodotti consolidati non deve essere eccessivo. Diciamo al massimo un 10-15% rispetto alle produzioni convenzionali. La seconda è quella dei processi. Ovvero le nuove lavorazioni non devono essere in contrasto con quelle esistenti né sotto al profilo delle lavorazioni, né dal punto di vista culturale. Mentre la terza regola è quella della simbiosi, ossia dell’incrocio di materia e di filiere, cosa che presuppone l’esistenza di un background di conoscenza condivisa tra le imprese. 

Si tratta di tre questioni che, con ogni probabilità, saranno superate nel tempo, ma che oggi possono diventare delle barriere in grado di ostacolare la diffusione “circolare” di tecniche e materiali sostenibili. Ne sanno qualcosa da Favini, storica cartiera del nordest, che da anni “contamina” un prodotto consolidato da secoli come la carta, attraverso pratiche innovative, materiali diversi da quelli classici e sperimentando l’incrocio delle filiere, usando materie prime – che per altre filiere industriali e non, sono scarti – d’origine naturale. Rispettando così l’origine naturale della carta, aumentandone la sostenibilità e, sempre più spesso, la qualità, sia per l’utente finale sia per l’ambiente. “In Favini abbiamo quattro punti cardine che caratterizzano il processo Crush (la linea di carte ecologiche realizzata con sottoprodotti di lavorazioni agroindustriali che sostituiscono fino al 15% della cellulosa proveniente da albero, ndr)” ci dice il direttore R&S dell’azienda, Achille Monegato, parlando dei metodi industriali che sono alla base delle carte Crush. “Ovvero il prodotto (la materia prima/seconda di base, ndr) deve essere alla fine del suo ciclo di vita nella filiera d’origine; deve essere secco; vagliato e macinato.” 

 

Cardini brevettati

I “cardini” appena citati sono alla base della nuova filiera produttiva sostenibile di Favini – e del relativo brevetto – per le carte Crush che consentono all’azienda di agire con nuovi materiali quando se ne presenta l’occasione. Ed è ciò che successo con il gruppo Pedon, attivo nella distribuzione di legumi secchi. Un’esperienza dove si sono incrociate esigenze, esperienze e filiere.

“Non fummo noi a cercare Pedon – prosegue Monegato – ma fu l’azienda agroalimentare a contattarci. A Favini non eravamo a conoscenza di quali fossero i residui di lavorazione di Pedon: anzi ne avevamo un’idea sbagliata visto che, prima dell’incontro, pensavamo di trovarci di fronte a baccelli o bucce, mentre la nostra materia prima/seconda erano i legumi scartati perché difettosi”. 

Insomma si sono dovute condividere conoscenze approfondite di filiera per riuscire ad avere un prodotto d’eccellenza, ossia una carta realizzata con un 25% di legumi, adatta al contatto alimentare. Un prodotto finale ancora più sostenibile visto che rende inutile utilizzare la bustina di plastica vergine per isolare l’alimento dal contenitore, come capita di solito con gli imballaggi prodotti con materiali riciclati nel caso non siano adatti al contatto con il cibo. “È necessaria molta esperienza – precisa Monegato – per individuare ciò che di interessante avviene nelle altre filiere”. 

Anche la comunicazione di quello che si fa, però, è importante. E sulla comunicazione si basa una delle esperienze più interessanti di Favini. “Veuve Clicquot – continua Monegato – stava cercando un imballo che fosse anche il testimonial del loro nuovo champagne bio, mentre noi all’epoca avevamo problemi nel reperire le alghe (la prima materia prima/seconda usata da Favini, oltre venti anni fa) perché era finita l’emergenza eutrofizzazione nella laguna di Venezia ed eravamo andati a rifornirci in Francia, in Normandia, dove c’era un’emergenza analoga a quella dell’Adriatico. La cosa fece notizia e finì in un telegiornale che fu visto dalla dirigenza di Veuve Clicquot, la quale ci chiese se eravamo in grado di produrre carta usando i loro residui: le vinacce dealcoolate”. 

 

Comunicazione di valore

Il risultato è un packaging la cui filiera produttiva ha essa stessa un valore di comunicazione tale da spingere l’azienda a illustrarla con una infografica riportata sullo stesso contenitore. Questi due casi sono esemplificativi, ma l’economia circolare, nel caso della carta e anche per altri materiali, potrebbe cambiare la natura stessa del prodotto, anche – e specialmente – attraverso la simbiosi industriale. Ed è ciò che è accaduto con la carta Remake nella quale si incrociano due filiere molto diverse: quella della carta e quella della pelle. 

“Ho pensato al cuoio quando ho letto che il collagene era fibroso e aveva un’elica sinistrorsa con una struttura quaternaria (la fibra del collagene consiste di 3 catene polipepdiche avvolte l’una intorno all’altra a formare la triplaelica, ndr) – prosegue Monegato – come la cellulosa. Allora mi sono detto: perché non provare a unire queste due fibre? E così abbiamo ottenuto un prodotto cartario di pregio, anche se in realtà eravamo partiti con un’idea diversa. Il progetto originale, infatti, era quello di produrre una carta compostabile e che magari potesse diventare un alimento per gli animali o essere utilizzata come fertilizzante. E per fare ciò bisogna mettere nella carta dell’azoto organico. Che si trova nelle fibre del collagene”. 

E la prospettiva è quella di usare questa esperienza per fare innovazione di prodotto non solo di fascia alta come nel settore del lusso, ma anche nelle fasce di produzione a più basso valore aggiunto. “Si potrebbe – conclude Monegato – produrre una carta per la pacciamatura in agricoltura che abbia un tempo di decomposizione di tre mesi al posto dei sette di quella odierna. Sarebbe un prodotto innovativo che però deve un prezzo basso perché la carta da pacciamatura non può essere costosa”. 

 

Mercato protagonista

Ed ecco, quindi, arrivare il mercato che impone una ricognizione anche sul prezzo, sia per il prodotto finito, sia per quello delle materie prime/seconde che devono possedere un valore basso nella fase di passaggio da una filiera all’altra: cosa che è, per l’appunto, una questione di mercato. Si tratta di un punto importante e molto delicato, quello dell’adattamento della materia ai diversi processi. L’essicazione per esempio, nel processo produttivo Crush di Favini è fondamentale. Dover essiccare un sottoprodotto per renderlo compatibile con la filiera ha un costo: energetico, il che rappresenta un appesantimento sul fronte del mercato; e ambientale. A meno che – come fa Favini – non si usi energia prodotta da fonti rinnovabili. 

Il destino della carta con lo sviluppo dell’economia circolare potrebbe essere, attraverso la simbiosi industriale, quello di diventare un materiale composito connotato da uno specifico tasso d’innovazione grazie al passaggio dei materiali da una filiera all’altra. Innescando un processo di upcycling che non riguarda solo la materia, ma anche il lato del valore del prodotto, aspetto che non deve essere trascurato. Si tratta di un fenomeno che aprirà degli scenari produttivi inediti per il settore, innestando cambiamenti radicali che potrebbero avere come esito ultimo lo spostamento del focus dell’innovazione di filiera, dal processo (ossia dalle “macchine”), ai materiali e al prodotto finale.

Si tratta di una scommessa importante, perché l’aumento del valore del prodotto finale, grazie ai “rifiuti di filiere lontane”, potrebbe essere un volano potente per tutta l’economia circolare. Con la carta nel ruolo sia di apripista innovativo, sia di protagonista. 

 

 

Crush, www.favini.com/gs/carte-grafiche/crush/cos-e-crush

Immagine in alto: Illustrazione di Clovis-Cheminot – Pixabay, CC0 Public Domain

Info

www.favini.com