Materia Rinnovabile numero 17 / luglio-agosto

Sono dodici, ma cresceranno

di Marco Moro

Focus mare

 

Fermare la dispersione dei rifiuti in plastica, nei mari e sulla terraferma. A che punto è l’azione dei paesi della coalizione “Stop Plastic Waste”?

 

Il vertice dei ministri dell’ambiente dei Paesi del G7 – ospitato dall’Italia, a Bologna nello scorso mese di giugno – ha fornito l’occasione per fare un punto non rituale sui molti dei temi che dovrebbero essere in primo piano nell’”agenda ambientale” dei governi. Tra i problemi di cui si è discusso nei numerosi side event che hanno animato le giornate bolognesi, quello dell’inquinamento provocato dalla dispersione di rifiuti in plastica si presenta con caratteri di gravità estrema. Il plastic littering è un fenomeno di cui Materia Rinnovabile si è ripetutamente occupata, in particolare in relazione alla situazione di diverse nazioni africane. 

La dimensione del fenomeno, emerso in questi ultimi anni grazie anche all’evidenza mediatica che ha avuto la “scoperta” dei trash vortex oceanici, era già denunciata nel documento fondativo della Stop Plastic Waste Coalition (vedi box), con un dato di cui è difficile anche riuscire a visualizzare il significato: 5 milioni di miliardi di particelle e frammenti di plastica che galleggiano sulla superficie degli oceani. 

L’iniziativa, promossa a Bologna congiuntamente dal ministero dell’Ambiente italiano, dal ministére de la Transition Ècologique et Solidaire francese con il sostegno di Novamont, ha costituito un momento di confronto per la coalizione, focalizzandosi sull’acquisizione di maggiori elementi di conoscenza e sulle strategie per ridurre l’origine principale del fenomeno: la dispersione a terra di rifiuti plastici.

A Baptiste Legay, vicedirettore della Direzione Generale per la Prevenzione dei Rischi, è stato affidato il compito di aprire i lavori illustrando le azioni intraprese dal governo francese che ha identificato il marine litter come una delle priorità chiave nel proprio piano di prevenzione dei rifiuti 2014-2020.

 

La coalizione internazionale “Stop Plastic Waste”

Lanciata durante la 22esima conferenza delle parti sul cambiamento climatico, la Cop22, svoltasi a Marrakech nel gennaio 2016, Stop Plastic Waste International Coalition include governi nazionali e locali di paesi che intendono cooperare nella lotta al plastic littering marino attraverso l’adozione di una serie di misure comuni, tra cui “promuovere l’eliminazione dei sacchetti in plastica monouso”.

Alla coalizione, fondata da Francia, Marocco e Principato di Monaco, hanno aderito Australia, Bangladesh, Croazia, Cile, Italia, Paesi Bassi, Senegal e Svezia. Nella dichiarazione rilasciata congiuntamente al lancio della coalizione si rilevava come in circa trenta paesi fossero state già adottate politiche locali o nazionali di contrasto al marine litter. Secondo l’Annual Report 2016 di Unep, sono invece oltre 100 le nazioni che hanno preso provvedimenti per limitare la diffusione di shopper e borse in plastica. 

 

Punti di forza di tali azioni sono il bando alla distribuzione in cassa di shopper in plastica monouso adottato nel 2016, seguito il 1° gennaio 2017 da analogo bando esteso ad altri tipi di sacchi monouso di spessore inferiore a 50 micron, che potranno essere solo in plastica biodegradabile e compostabile. La rilevanza economica, oltre che ambientale, di tali innovazioni normative è stata confermata durante il convegno da Sphere Group, un importante operatore francese nel campo degli imballaggi per alimenti. Ed entro il 2020 toccherà a posate, piatti e bicchieri in plastica seguire la stessa sorte. Misure ritenute “chiave” per il grande impatto che hanno in termini di crescita della consapevolezza nei consumatori, come del resto si è verificato in Italia che su questo percorso ha fatto da apripista. Nella legge sulla protezione della biodiversità emanata nel 2016 sono contenute altre due misure che vanno in questo senso: il bando ai prodotti cosmetici che contengono microplastiche (entro il 2018) e ai bastoncini cotonati per la pulizia (tipo “cotton fioc” per intenderci, entro il 2020). Ma la strategia non si ferma qui e punta alla realizzazione di un sistema volontario di gestione dei rifiuti in plastica derivanti dalle attività di pesca (reti, innanzitutto), al dialogo con le industrie del settore plastico per azzerare la dispersione di granuli durante il processo di produzione, alla promozione di uno studio sulla tossicità dei filtri di sigarette e sulla potenzialità per la realizzazione di un sistema di gestione dedicato. A livello internazionale l’azione del governo francese si svolge nel contesto della coalizione e punta tra l’altro a mettere a punto una “toolbox” di esperienze e strumenti per i decision maker e lo sviluppo di un programma di aiuto ai paesi che intendono intraprendere volontariamente la strada della riduzione dell’inquinamento da plastiche.

Anche il Cile, rappresentato dal ministro dell’Ambiente Marcelo Mena Carrasco, ha adottato – non senza difficoltà – una politica di progressiva messa al bando degli shopper e delle borse in plastica.

Sottolineando quindi come il problema che abbiamo di fronte nel configurare politiche di contrasto alla dispersione di rifiuti in plastica sulla terraferma – e quindi nelle acque – non sia affatto di ordine tecnologico, Catia Bastioli, amministratore delegato di Novamont, ha evidenziato il ruolo delle enormi carenze nella gestione dei rifiuti. Infatti – secondo i dati elaborati da Ellen MacArthur Foundation riferiti al settore del packaging – solo il 2% della plastica raccolta per essere riciclata, che a sua volta è solo un esiguo 14% dei 78 milioni di tonnellate prodotte annualmente – entra effettivamente in processi di riciclo che non implicano un downcycling della materia. Secondo Bastioli è necessario un approccio olistico alla gestione dei rifiuti che ci permetta di individuare in essi tutte le possibili fonti di future risorse. Lo sviluppo delle plastiche biodegradabili e compostabili, materie progettate per essere riciclabili, è un passo in questo senso, che consente per esempio la migliore valorizzazione della frazione organica dei rifiuti, oltre ad offrire una soluzione efficace per la sostituzione delle plastic bag monouso. Una soluzione, in definitiva, utile per la conservazione di una componente fondamentale del capitale naturale, come la qualità dei suoli e per ridurre l’impatto del plastic litter sugli ecosistemi marini. Ma la chimica verde di Novamont è in grado di proporre soluzioni anche in relazione ad altre fonti di inquinamento dei suoli e delle acque, ponendo sul mercato alternative biobased, totalmente biodegradabili, per lubrificanti ed erbicidi.

Sul Mediterraneo come laboratorio per sperimentare strategie “dal basso” di prevenzione e riduzione del marine litter si è soffermata Rossella Muroni, presidente di Legambiente, la maggiore Ong ambientalista italiana. Il capillare lavoro di rilevazione dei dati e caratterizzazione dei rifiuti realizzato su oltre 100 spiagge in collaborazione con le Ong degli altri paesi rivieraschi ha permesso di raggiungere risultati su due piani: migliore conoscenza di cosa viene disperso nell’ambiente e della sua provenienza; acquisizione di maggiore consapevolezza sul tema a livello di collettività, attraverso l’ampio coinvolgimento dei volontari nel lavoro di raccolta e analisi dei rifiuti. In una mappa accessibile online sono disponibili i risultati delle indagini svolte da Legambiente e dalla rete Clean up the Med sin dal 2014.

E ancora dati, impressionanti, sono stati forniti da Francois Galgani, docente presso Ifremer (Istituto francese di ricerca marina), come le 25.000 tonnellate di plastica che ogni giorno entrano in mari e oceani. Dove si trovano le plastiche? Pressoché ovunque, dal Mediterraneo all’Antartide, e diffuse tra i fondali marini, in superficie, sulle spiagge, nei ghiacci, nel biota, nei sedimenti, in atmosfera. E sono ben 700 le specie animali marine che vengono colpite da questo flusso colossale di rifiuti nelle acque, il 30% del quale è costituito da sacchetti in plastica, con il risultato che in determinate aree il 100% della popolazione di tartarughe marine ha ingerito plastiche, non riuscendo a distinguere i sacchetti dalle meduse di cui si alimentano. 

Per il ministero dell’Ambiente italiano, Mariano Grillo (direttore generale Rifiuti e Inquinamento) ha toccato il tema della recente legislazione in materia di pulizia dei fondali marini. Il provvedimento legislativo assunto dall’Italia prevede anche l’attuazione di un accordo di programma per la gestione dei rifiuti nei porti, coinvolgendo autorità portuali e capitanerie. Oltre alla raccolta dei rifiuti dai fondali, l’accordo prevede anche il trasporto dei rifiuti recuperati agli impianti di trattamento. Altre misure sono contenute nel decreto di recepimento della direttiva quadro sulla strategia per l’ambiente marino: un progetto per la definizione di misure per migliorare la gestione dei rifiuti (riciclo, recupero, riutilizzo) e lo studio della filiera della raccolta e smaltimento dei rifiuti. Inoltre è allo studio un sistema volto a favorire il recupero dei rifiuti in plastica nei fiumi, ossia prima che arrivino al mare.

Fabio Fava, docente di biotecnologie industriali e ambientali e rappresentante italiano nel comitato di programmazione sulla bioeconomia per Horizon 2020, ha infine rimarcato come la concreta attuazione dei principi dell’economia circolare – e in particolare di una bioeconomia circolare – sia una strada obbligata per ottenere importanti vantaggi. Sia dal punto di vista ambientale sia sul piano di rilancio dell’economia e dell’occupazione in settori e in aree critiche da questo punto di vista (aree rurali e aree costiere dove nessun altro tipo di attività industriale potrebbe insediarsi). 

Queste linee guida caratterizzano anche la recente strategia nazionale italiana per la bioeconomia, adottata a inizio anno. Il ministro italiano dell’Ambiente, Gianluca Galletti, ha ribadito come sia importante l’allargamento della coalizione, al fine di promuovere la riduzione dei rifiuti in plastica nel mare e l’eliminazione dei sacchetti in plastica monouso in tutti i paesi. Il marine litter è un rischio non solo per gli ecosistemi, ma anche per la salute umana e per i settori economici che vivono della qualità degli ambienti marini e costieri. L’ambiente ci manda un messaggio chiaro, secondo Galletti: o vinciamo tutti insieme o perdiamo tutti insieme. Soprattutto in ambiti chiusi, come il Mediterraneo, il problema si fa più grave. Per questo l’Italia è stato il primo paese a mettere al bando i sacchetti monouso non biodegradabili, rischiando addirittura una procedura di infrazione da parte dell’Unione europea per una scelta, in definitiva, giudicata “troppo ecologica”. La chimica verde, quindi, per il governo italiano è una priorità a doppia valenza, ambientale e di crescita economica, anche per la sua capacità di creare il lavoro che la petrolchimica non è più in grado di garantire.

A seguito dell’evento la coalizione si è arricchita di un nuovo membro con l’adesione del Ruanda, di cui su questa rivista abbiamo raccontato la “guerra” contro gli shopper in plastica. Di certo ad oggi la compagine sembra ancora ben lontana dal poter rappresentare una mobilitazione realmente globale per contrastare l’inquinamento dei mari causato dalla dispersione di rifiuti in plastica. 12 nazioni, 13 con il Ruanda, un paese peraltro privo di sbocco sul mare (un’adesione per solidarietà tra paesi inquinati dalla plastica?). Un gruppo eterogeneo, ma ancora molto limitato. A Bologna l’evento si è chiuso con l’augurio che la coalizione possa crescere. Diversamente, il 7° continente, il primo interamente realizzato dall’uomo, resistente, impermeabile e inaffondabile, finirà per essere rilevato anche su Google maps. 

 

 

Roberto Giovannini, “Fiori d’Africa”, Materia Rinnovabile 11 luglio-agosto 2016; www.materiarinnovabile.it/art/236/Fiori_dAfrica

Mappa “Il fenomeno del marine e lake litter in Italia”, www.legambiente.it/marinelitter/?lang=ita

Mario Bonaccorso, “Rinascimento industriale”, Materia Rinnovabile 14 gennaio-febbraio 2017; www.materiarinnovabile.it/art/291/Rinascimento_industriale

Jonathan W. Rosen, “La guerra del Ruanda alla plastica”, Materia Rinnovabile 11 luglio-agosto 2016; www.materiarinnovabile.it/art/235/La_guerra_del_Ruanda_alla_plastica

Unep, Report 2016 “Engaging People to Protect the Planet”, www.unep.org/annualreport/2016/ index.php

Altre info

Marine LitterWatch, www.eea.europa.eu/themes/coast_sea/marine-litterwatch

Plastic Pollution Coalition, www.plasticpollution coalition.org

Surfrider Foundation, www.surfrider.org/initiatives/plastic-pollution

Ban the Bag, act.greenpeace.org.au/efforts/ban-the-bag-1

“Production, use, and fate of all plastics ever made”, Science Advances, 3, 7, 2017, advances.sciencemag.org/content/3/7/e1700782.full

 

 

Immagine in alto: L’immagine mostra i pezzi di plastica che sono stati estratti dallo stomaco di un solo fulmaro, un uccello marino, durante un’autopsia eseguita al U. S. National Wildlife Health Lab
Foto: Carol Meteyer, Sede centrale U.S. Fish and Wildlife Service. Wikimedia, Creative Commons 2.0