Materia Rinnovabile numero 17 / luglio-agosto

Quando lo smartphone è fair

di Antonella Ilaria Totaro

Partire dall’origine dei materiali per creare il primo smartphone etico progettato per la modularità e la riparabilità, senza dimenticare le condizioni dei lavoratori. È il caso Fairphone.

 

Si può costruire uno smartphone che sia fatto per durare, senza dover scegliere tra qualità ed etica della catena produttiva? Negli uffici olandesi di Fairphone non hanno dubbi: la risposta è sì. Un’azienda in costante miglioramento che, da diversi anni, sensibilizza consumatori e grandi aziende sui costi nascosti della produzione contemporanea. 

Oggi Fairphone è una B-Corp, società benefit certificata con 70 dipendenti nel cuore di Amsterdam, ma il viaggio del primo smartphone etico al mondo inizia già nel 2010 quando Bas van Abel, attuale amministratore delegato, lancia un movimento per sensibilizzare su una più etica catena di produzione degli apparecchi elettronici. Il movimento, nato all’interno della Waag Society, fondazione olandese che si occupa di sperimentazioni riguardanti arte, scienza e tecnologia, vuole essere un’awareness company. Durante varie campagne e laboratori, centinaia di smartphone sono scomposti per far comprendere ai consumatori la complessità e le incoerenze nascoste tra lo schermo e la scocca. 

Ma nel 2013 sensibilizzare non basta più. Il fondatore Bas van Abel e i co-fondatori Miquel Ballester e Tessa Wernink decidono di passare ai fatti. Un seed investment di 400.000 euro, l’assunzione dei primi dipendenti e una campagna di crowdfunding completano il quadro. Puntando su sostenibilità di metalli e minerali, nasce il Fairphone 1. Vende il doppio del target iniziale. A fine 2015 il lancio di Fairphone 2 alza ulteriormente l’asticella: l’obiettivo non è più solo utilizzare materiali sostenibili, ma allungare la vita del prodotto, attraverso la modularità. 

 

 

Origine dei materiali

I minerali e metalli, presenti nei comuni smartphone, arrivano nella catena di fornitura dal settore minerario, un’industria impegnativa, spesso poco sostenibile per l’ambiente e i lavoratori. Fairphone nasce con l’obiettivo di certificare l’origine etica di tutti i materiali contenuti negli smartphone. In particolare, vuole risalire la filiera produttiva per analizzare i materiali e scoprirne le criticità connesse. 

I cosiddetti conflict minerals e i loro derivati sono il primo focus in questo processo. 

 

 

L’interesse nasce anche a seguito della “Section 1502” del Dodd-Frank Act del 2010, normata dalla SEC (US Securities and Exchange Commission) nel 2012 e approvata dal Congresso degli Stati Uniti, con la quale si intendeva scoraggiare l’utilizzo di minerali che provenivano (o venivano estratti) dalla Repubblica Democratica del Congo e/o dai paesi limitrofi (Angola, Burundi, Repubblica Centrafricana, Repubblica del Congo, Ruanda, Sudan, Tanzania, Uganda e Zambia). Nato con l’obiettivo di evitare che l’industria elettronica finanziasse i conflitti violenti in Africa Centrale, il Patto Dodd-Frank ha finito per colpire indistintamente commerci “puliti” e non, con l’involontaria conseguenza dell’interruzione delle estrazioni in questi paesi da parte di molte aziende. Il risultato perverso è stato che ancora più persone, senza più un lavoro, hanno finito per arruolarsi e partecipare al conflitto. 

Fairphone ha accettato la sfida di sostenere sviluppo economico e pratiche estrattive responsabili nella Repubblica Democratica del Congo e non solo. Dopo anni di lavoro a livello locale e di collaborazioni nella filiera, oggi è possibile tracciare tutta la catena di produzione risalendo fino alle miniere per quattro conflict minerals (stagno, tantalo, tungsteno e oro).Fairphone 2 contiene quaranta diversi minerali. Insieme a The Dragonfly Initiative, Fairphone ha sviluppato un sistema di riferimento per valutare 38 di questi materiali e le relative opportunità e problematiche generate a livello sociale, ambientale e sanitario.

La filiera del tungsteno (usato per creare il sistema di vibrazione dei cellulari), per esempio, coinvolge venti diverse aziende. Per arrivare a un tungsteno libero da conflitti, è stato necessario risalire tutta la filiera che passa dalla raffineria in Austria e arriva fino alle miniere nel nord del Ruanda. 

 

 

Modularità e design di lunga durata

Fairphone è una scatola aperta, non un buco nero incomprensibile e non scomponibile come accade per molti apparecchi elettronici. Il proprietario può facilmente conoscerne il funzionamento e modificarne le parti nel tempo. Tutti gli elementi contenuti in questa scatola modulare sono sostituibili (batteria, schermo, modulo posteriore che contiene fotocamera, jack per le cuffie e porta usb per esempio). 

Aprendo un Fairphone – cosa che è possibile fare in pochi secondi – ci sono sei moduli distinti, ognuno dei quali può essere sostituito autonomamente in caso di guasto e/o acquistato separatamente. Tutorials on line aiutano a riparare le parti che più comunemente si danneggiano. 

Lo smartphone modulare è anche aperto a potenziali upgrade ed espansioni. Il Fairphone, infatti, dispone di un’expansion port, connessa con il resto del telefono, elemento di resilienza che permette di integrare funzionalità aggiuntive.

Dal punto di vista software, neanche a dirlo, il codice sorgente di Fairphone è aperto a proprietari e sviluppatori.

 

 

Condizioni di lavoro

Dall’iniziale focus sull’ambiente, il raggio d’azione di Fairphone si è ampliato abbracciando oggi anche le condizioni dei lavoratori e la tutela dei diritti umani nelle aziende fornitrici.

La Cina è il più grande produttore mondiale di smartphone: 771,4 milioni nel 2015. Allo stesso tempo la Cina è nota per le cattive condizioni di lavoro e i bassi salari. Per migliorare costantemente le condizioni dei lavoratori coinvolti nella catena produttiva, Fairphone lavora a stretto contatto con i fornitori, avvalendosi di esperti a livello territoriale e inserendo suoi diretti dipendenti in azienda. All’inizio della relazione commerciale, Fairphone compie una valutazione trasparente dell’azienda (basata su orari di lavoro, sicurezza, rappresentanza dei lavoratori ecc.) e delle problematiche riscontrate, valutazione che diventa il punto di partenza per un piano di sviluppo condiviso. Il miglioramento dei processi in essere all’interno delle aziende fornitrici è uno dei punti di forza di Fairphone. Si tratta di un lavoro delicato, considerati anche i tanti fattori da equilibrare, economia, lavoratori, leggi locali e come questi interagiscono tra di loro. È essenziale comprendere a fondo alcune pratiche commerciali, un processo di costante apprendimento per Fairphone e per i partner locali. 

 

 

L’assenteismo durante un periodo specifico e il turnover elevato sono, per esempio, tra le criticità più riconosciute da Fairphone tra le aziende produttori. In Cina queste criticità coincidono con i festeggiamenti del Nuovo Anno cinese. In tale occasione molti operai ricevono bonus monetari e tornano relativamente ricchi dalle loro famiglie nel villaggio e poi, pensando di trovare un altro lavoro, non rientrano in fabbrica. Così, alla riapertura degli stabilimenti, il proprietario dell’azienda deve investire ingenti capitali in formazione per non rischiare di vedere un abbassamento nella qualità della produzione. Mantenere il lavoratore nella struttura per l’azienda è fondamentale.

Sono problemi nascosti e diversi da territorio a territorio che Fairphone cerca di risolvere, insieme ad altri partner, esperti, ricercatori e ong, sviluppando programmi innovativi per aumentare la soddisfazione e la rappresentanza dei lavoratori e per favorire la comunicazione tra lavoratori e dirigenti.

 

Fine vita dei prodotti

Sfruttare al massimo i materiali impiegati nell’elettronica di consumo, riutilizzarli ripetutamente e recuperarne la massima quantità possibile sono un altro pilastro di Fairphone.

È in corso uno studio che esamina l’efficacia delle diverse modalità di riciclo di Fairphone 2 i cui risultati, che saranno condivisi con l’intero settore, serviranno a gestire meglio la fase conclusiva del ciclo di vita degli attuali prodotti e a progettare meglio i prossimi. Oggi, insieme a partner locali, Fairphone sostiene la raccolta di telefoni in paesi in via di sviluppo per spedirli a Umicore, azienda belga nota per l’efficienza dei processi di riciclo. Si tratta di un processo perfettibile – spedire telefoni dal Ghana all’Europa non è molto sostenibile, in fondo – ma è sempre meglio che vedere materiali preziosi sparire per sempre dal ciclo produttivo, abbandonati o erroneamente smaltiti. 

Sul lungo termine, Fairphone punta a creare posti di lavoro a livello locale con attività di riciclo e impianti in loco. Tale progetto è, in parte, frenato dalle pratiche di riciclo informale, soprattutto per quanto riguarda il rame, presenti in alcuni paesi in via di sviluppo. Si tratta di un processo in fieri e in espansione, in pieno stile Fairphone.

La trasparenza di Fairphone lungo tutta la value chain, dall’estrazione dei materiali alla progettazione e realizzazione degli smartphone fino al fine vita e al rapporto nuovo con i clienti, ha avuto e sta avendo un impatto positivo che va al di là degli 135.000 smartphone (80.000 Fairphone 2) venduti a oggi. 

Mentre si allarga il mercato per le aziende che mettono i valori etici alla base, Fairphone cambia il modo di creare e guardare ai prodotti.

The Dragonfly Initiative, thedragonflyinitiative.com

Da dove provengono i materiali contenuti nel Fairphone: www.fairphone.com/en/how-we-work/mapping-phone-made

I costi reali e dettagliati per la produzione e la commercializzazione del Fairphone 2: www.fairphone.com/en/our-goals/how-we-work/fairphone-cost-breakdown

 

Info

www.fairphone.com/en

 


  

Intervista a Miquel Ballester, cofondatore di Fairphone Product & Resource Efficiency Manager

di A. I. T.

 

Perché un telefono non può essere per sempre

 

Dal vostro punto di vista, oltre ai materiali e alle condizioni lavorative, quali elementi della filiera è necessario cambiare?

“Trovo molto interessante, e non abbastanza discusso, il tema del procurement da parte delle aziende clienti che si riforniscono in paesi produttori come Cina o Bangladesh. Nei paesi sviluppati tutto viene deciso molto velocemente e altrettanto velocemente si modificano gli ordini, finendo per schiacciare i fornitori. Prendiamo per esempio il settore della moda. Se, improvvisamente, uno stilista decide di modificare il colore dei bottoni di una camicia, i fornitori devono cambiare da capo tutti i bottoni della camicia e non hanno abbastanza potere di negoziazione. Si creano così picchi di lavoro che non permettono ai fornitori di avere una produzione stabile. La stessa cosa vale per il picco di Natale, che l’industria produttiva vive tra settembre e ottobre. Questi picchi di lavoro sono un incubo: le aziende produttrici hanno bisogno di assumere nuovi dipendenti che poi, una volta finito il picco, devono licenziare. È un meccanismo frutto di come è organizzato il sistema di approvvigionamento dalle multinazionali, che hanno un potere sproporzionato nelle loro mani.”

 

 

Come si può cambiare questo meccanismo?

“Grande potere è nelle mani dei consumatori. Devono comprendere che la realtà è molto più ampia rispetto a quella che vedono nel mercato. È necessario che capiscano le conseguenze presenti dietro l’acquisto di una maglietta a tre euro. Queste conseguenze si moltiplicano con uno smartphone che ha, al suo interno, centinaia di elementi, realizzati da tante diverse aziende con cui il consumatore non entra mai in contatto. A tal proposito abbiamo programmi in corso riguardanti la sostenibilità sociale e ambientale insieme a sei, sette aziende che sono più stabili nella catena produttiva. 

Un’altra cosa da fare sarebbe semplicemente eliminare le campagne di marketing natalizie. Si potrebbe fare una campagna marketing a novembre e spiegarne il perché. Inventare il nuovo Natale a ottobre sarebbe il gesto perfetto da fare per i nostri fornitori. Inoltre potremmo banalmente accettare che il nostro telefono abbia un piccolo graffio. In tal modo si arginerebbe una buona parte degli scarti che si creano nella fase di produzione, soltanto per ragioni estetiche.” 

 

Un telefono può durare per sempre?

“No, è impossibile. È una sconfitta, ma è così. Da un punto di vista tecnico, uno smartphone può durare molto a lungo se si analizza il suo hardware. Tuttavia, il problema dell’obsolescenza deriva dai fornitori che smettono di produrre un chip e, contemporaneamente, smettono di dare supporto sulla parte software. Ogni volta che Android rilascia una patch di sicurezza che è necessario installare, c’è bisogno di un produttore di chip o di fotocamera che crei la porzione di software che controlli quel componente. Se questa porzione di software non è creata, il prodotto non può più essere aggiornato. Diventa, quindi, non sicuro con il risultato che, a un certo punto, mentre la parte hardware funziona, la parte software smette di funzionare. I fornitori sono un elemento di rischio. Più si va a fondo nella filiera e più fornitori si trovano perché i fornitori hanno, a loro volta, fornitori per la creazione dei singoli elementi. Più ampio diventa il raggio, meno si riesce a controllare. 

Gestire questa complessità è una grande sfida, a cui, come Fairphone, siamo ovviamente interessati. Tuttavia, per avere maggiore controllo e potere di negoziazione è necessario aumentare le vendite. Puntare sulla scalabilità consente di avere una posizione più comoda in termini di liquidità ma, anche in termini di influenza nella catena produttiva, porta a essere un’azienda più interessante per i fornitori.”

 

 

Quali sono i limiti del sistema attuale? Dove si può migliorare?

“Il design del prodotto deve permettere ai singoli elementi di essere disassemblati velocemente per indirizzare i diversi materiali verso la linea di riciclo migliore. Oggi è possibile riciclare solo il 40% di uno smartphone. Il magnesio, per esempio, presente nel retro dello schermo, oggi in fonderia è completamente perso. Se fosse possibile rimuovere lo schermo, si potrebbe avviare il magnesio a un altro tipo di processo recuperandone l’80%.

Progettare per la durabilità va totalmente a scapito della riparabilità. Un telefono impermeabile all’acqua è molto difficile da riparare. Al contrario, un telefono riparabile non è certo resistente all’acqua. È difficile disegnare per la riparabilità e la modularità. È tutta una questione di equilibrio. Noi abbiamo voluto portare la sfida all’estremo, dimostrando che è possibile rimuovere lo schermo in dieci secondi. È stato un grande sforzo, ma abbiamo raggiunto un bel traguardo.”