Materia Rinnovabile numero 19 / dicembre-gennaio

I disastri ambientali vanno in prima serata

di Roberto Giovannini

Così come avviene già da un po’ nel mondo del cinema, anche la tv ha cominciato a capire che abbiamo già e avremo sempre di più un problema molto serio di gestione delle emergenze climatiche.

Oggi telegiornali e quotidiani ci raccontano storie di alluvioni, siccità, tornadi e bombe d’acqua; domani, è molto probabile che questi eventi catastrofici siano più frequenti, pesanti e diffusi. E da che mondo è mondo la narrazione del disastro – meglio ancora se il disastro viene raccontato attraverso le storie personali di personaggi credibili e “comuni” con cui ci si possa identificare – è ricetta per richiamare il pubblico. A maggior ragione, se c’è il concreto rischio che un giorno o l’altro le emozioni suscitate dal teleschermo possano trasformarsi in esperienze di vita vissuta in prima persona. 

Ed ecco dunque l’accoppiata di serie televisive che vi proponiamo questa volta. Una è ancora in corso di preparazione e ne sappiamo ancora abbastanza poco; un’altra invece è già andata in onda conquistando un successo di pubblico notevolissimo. 

La prima serie tv è statunitense, e la sta sviluppando la rete NBC: si tratta di American Disaster, un titolo che è tutto un programma, affidata alla scrittura di Michael McGrale (CSI: Miami) e diretta da Deran Sarafian (regista di House e The Strain). Si incentra sugli sforzi di una comunità di una piccola cittadina del Midwest, che viene colpita da un disastroso tornado e che dovrà imparare a collaborare per uscirne. L’idea è quella di sviluppare una serie antologica, in cui ogni stagione racconterà un diverso disastro naturale e la reazione della popolazione all’evento. Quel che conta è che in questa serie si punterà soprattutto sul racconto di quel che accade quando – passato il disastro – giornalisti e telecamere se ne vanno via, lasciando i cittadini alle prese con la devastazione, ma soprattutto con la necessità di ricostruire edifici e relazioni.

Scommette invece sulla descrizione del disastro in tempo reale Als de dijkenbreken, (Quando si romperanno le dighe), la serie in coproduzione olandese-fiamminga che nel novembre 2016 ha scioccato i telespettatori di Paesi Bassi e Fiandre. La storia racconta – seguendo le vicende personali di cinque persone, dal primo ministro olandese a normalissimi cittadini – quel che accade quando per una serie di sottovalutazioni e inadeguate risposte istituzionali una megatempesta spinge le acque del mare contro le dighe del progetto Delta, completate nel 1986 per proteggere la costa della zona del delta del Reno, della Mosa e della Schelda. Le dighe non resistono all’impeto delle acque, causando una disastrosa inondazione delle aree costiere delle Fiandre e dell’area chiamata Randstad, la conurbazione che comprende le quattro principali città olandesi, Amsterdam, Rotterdam, Utrecht e l’Aia. Mentre il premier belga Verbeke, non appena manifestatosi il pericolo, decide immediatamente l’evacuazione di Ostenda e dell’intera area minacciata, il suo collega olandese Kreuger temendo le conseguenze economiche e politico-elettorali di una evacuazione di massa si limita a diramare l’allarme senza prendere altri provvedimenti. Risultato, panico e disastro.

La catastrofe è sconvolgente: mentre nella sala di crisi della Protezione civile a l’Aia politici e tecnici possono soltanto guardare, il mare spazza via Rotterdam mandando la città sotto metri di acqua e travolge le auto bloccate dall’ingorgo causando 25.000 morti e 100.000 dispersi. A un certo punto anche la sala di crisi dev’essere evacuata, e lo sfortunato (e incosciente) premier è costretto a contemplare da un elicottero il mare di acqua che ha coperto la parte più ricca del paese. E quando cerca di visitare un centro di emergenza, viene scacciato in malo modo dai rifugiati. 

Als de dijkenbreken, trasmessa tra novembre 2016 e gennaio del 2017, in Olanda ha conquistato uno share del 26%, in Belgio addirittura del 45%. Anche perché il tema è sentito: nel 1953 l’ultima inondazione causò 1.835 morti e 70.000 evacuati. Tanto è vero che la Rijkswaterstaat, l’agenzia governativa olandese per le acque, ha sentito la necessità di far parlare i suoi esperti dopo ogni puntata per spiegare lo stato dell’arte ai cittadini. E così Harold van Waveren, presidente della Commissione di coordinamento nazionale sulle inondazioni, ha spiegato che lo scenario della serie è “davvero estremo”, e che qui o lì ci sono errori; ma che però Nordwijk e Katwijk – due dei luoghi dove le dighe si rompono nella fiction tv – sono effettivamente punti deboli, che vengono sistematicamente rafforzati. Insomma: “col cambiamento climatico un paese come il nostro è molto vulnerabile – ha detto van Waveren – e questa serie tv è utile, perché fa crescere l’attenzione e il senso di urgenza”.